La cultura positivista

La cultura positivista  

In Italia il positivismo arrivò in ritardo rispetto agli altri Stati, questo principalmente perché vi era una mancanza dello sviluppo industriale e il prevalere di un positivismo dogmatico incentrato su una visione totalitaria e scientista (uso della scienza anche nello studio delle attività spirituali).

Con l'affermarsi del positivismo vi fu anche una modernizzazione dello Stato e un aggiornamento della cultura. Inoltre si svilupparono anche le scienze sociali (psicologia, pedagogia, sociologia). 

In questo contesto si voleva raggiungere il massimo livello di felicità generale, come venne teorizzato da John Stuart Mill, infatti i risultati ottenuti dalle scienze sperimentali vennero utilizzati contro i pregiudizi.

Ci fu molto attenzione per l'educazione, messa a punto sul piano biologico, psicologico, sociologico e etico, poiché questi dovevano fornire i dati per creare la pedagogia.

 



Norberto Bobbio, filosofo del diritto, scrisse il "Profilo ideologico del Novecento italiano", in cui affermò che in Italia vi era più positivismo che positività, ovvero una prevalenza dello sforzo di far trionfare l'idea positivista.

Inoltre vi era una forte componente dogmatica, in quanto si pensava di aver  trovato la via della verità.

La pedagogia veniva intesa come "scienza dell'educazione" e doveva rinunciare a elaborare valori individuati oltre l'esperienza umana per affidarsi alle leggi dettate dalla scienza sperimentale e studiate mediante il metodo galileiano. 




Il contributo più significativo del positivismo è dato da due aspetti:

  • L'insegnamento degli studiosi, che valorizzavano la scienza sperimentale i suoi aspetti metodologici, cioè come stimolo alla diffusione di una mentalità critica. 
  • Self-helpismo, ovvero nella promozione tra i ceti popolari di mentalità intraprendente, attiva e disposta a confrontasi con le novità.
Aristide Gabelli sosteneva che la cultura scientifica dovesse essere utilizzata per capire le cose e formare persone in grado di esaminare i diversi aspetti della realtà senza pregiudizi. Egli credeva anche che la scuola dovesse "formare delle teste", ovvero istruire le persone, senza le idee preconcette. 
Un amico di Gabelli, Pasquale Villari, sosteneva di abituare gli uomini a esaminare in modo razionale le situazioni, elaborare giudizi sostenuti da rilievi oggettivi, formare persone disposte al cambiamento e a investire sul futuro, poiché il positivismo poteva aiutare a risolvere i problemi dell'Italia più povera. 

Nonostante i porgessi e lo sviluppo scientifico, il primato della scuola classica non fu mai messo in discussione. La poesia di Giosuè Carducci può essere un modello di quello che sarebbe dovuto essere il liceo classico, in quanto laico, nazionalistico e anticlericale. Inoltre si pensava che la formazione della scuola classica dovesse essere riservata al ceto dirigente del Paese, mentre vie era sempre maggiore bisogno di persone specializzate negli ambiti tecnici e scientifici. 

In Italia intorno alla seconda metà dell'800, si iniziò a diffondersi il movimento del self-helpismo. 

Uno dei primi documenti del movimento fu il libro "Chi si aiuta, Dio l'aiuta" di Samuel Smiles, che voleva mettere in evidenza come il ambiamento positivo delle condizioni di vita fosse nelle mani delle persone positive e volenterose.

L'obiettivo del movimento era quello di mettere in evidenza le qualità individuali, che potevano permettere all'uomo volenteroso di innalzarsi dalla miseria al successo. 



In questo periodo aumentò l'attenzione nei confronti delle donne e della loro educazione. Per quanto riguarda le scuole a loro indirizzate venivano organizzate in maniera differente rispetto a quelle maschili, infatti venivano venivano preparate per svolgere attività ritenute femminili, come il cucito. Bisogna però specificare che spesso erano le famiglie che chiedevano un educazione più pratica, inoltre veniva spesso ribadito che le ragazze aveva bisogno di apprendere solo quelle conoscenze utili e necessarie una volta diventata madre. 

Di questo tema si occuparono Giulia Molino Colombini e Caterina Franceschi Ferrucci.


Inoltre l'infanzia era un'età da tenere sotto controllo, poiché il bambino lasciato a se stesso poteva costituire un potenziale pericolo sociale. 

Possono essere individuate diversi tipi di infanzia: 

  1. Infanzia borghese: ampliamente scolarizzata;
  2. Infanzia abbandonata e povera della periferia urbana: poco scolarizzata 
  3. Infanzia immersa nella vita naturale: il passaggio all'età adulta avveniva senza soluzione di continuità.
Numerosi scrittori si occupano dell'infanzia nelle loro opere: Elizabeth Barrett Browning, Victor Hugo, Charles Dickens...
In Italia ad occuparsene fu Carlo Collodi, il quale scrisse "Pinocchio", volendo sottolineare il diritto di essere bambino, e Giovanni Pascoli che pubblicò dei saggi nei quali teorizzava il principio del “fanciullino”.    

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